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SOCIOLATRIA

 

SOCIOLATRIA”

Ma a chi volete dare lezioni proprio voi che siete solo rappresentanti di quel Cognitivismo e Comportamentismo , da un lato, e dall’altro annegate in quel generico filosofare ermeneutico, a sua volta genericamente Relativistico dell’altra sponda di questa “psicologia del conformismo” che è il Costruttivismo “sociologico” o “sociolinguistico” quale appare oggi la versione più diffusa quanto falsa dell’ermeneutica (16) modellata non sui genuini problemi e paradossi della nostra tradizione, ma preoccupata solo di fornire “soluzioni” moralistiche e sostanzialmente prefilosofiche, buone per la retorica della cultura di massa e i media, facili e brillanti chiacchere trasgressive nella vernice ma sostanzialmente conformistiche nei confronti del fare del mondo della tecnica e assumete come ideale di salute proprio quell’essere conformi a tale “mondo”che, da un punto di vista esistenziale, è invece il tratto tipico della malattia e che, interiorizzando invece i modelli da voi indicati, respingono qualunque modello individuativo che risulti non funzionale alla società omologata ?

Il modello che solo siete capaci di diffondere è quello di persuadere a pratiche terapeutiche di gestione delle esistenze che è quanto di più desiderabile possa esistere per il Potere.

Un “conformismo emotivo”, cioè, e un governo delle anime più sottile e pervasivo di quanto le religioni e le ideologie del passato siano mai riuscite a fare, perché allenta le tensioni sociali, spegne i possibili conflitti, riduce al silenzio le voci che rifiutano di uniformarsi al sistema. Il tutto in salsa politicamente corretta e nell’imperturbabilità del volto di smile-man , dall’impersonale sorriso e soprattutto ottimismo, sempre come abito, sempre come conformità, ma da cui non deve trasparire mai quella desolante impersonalità priva di emozioni per sconcertante assenza di moto d’anima, più mascherata ad arte costruita proprio sui modelli cibernetici a cui sapete solo ispirarvi: robot, computer e simili.

Psicoterapie che dove poi non riescono nel loro processo di normalizzazione e di inserimento, si risolvono in quel catalogo di sintomi, sbandierato come fosse la Bibbia, con il beneplacito di quell’altra “organizzazione a delinquere” dell’OMS, che sono le varie edizioni del Diagnostic and Statistical Manual, il celeberrimo DSM, appunto, che elenca senza farci sentire un sussulto di vita. Descrizioni banali di un fenomeno senza la minima idea di quel che accade dentro a chi sopporta la ferita di un vissuto oramai divenuto ancor più incomunicabile e intransitivo.

Vera e propria autostrada per quei rimedi tecnologici dell’industria multinazionale farmaceutica che si chiamano psicofarmaci , dove la psiche tace e a parlare sono solo le esigenze dell’ordine sociale e l’oramai incapacità dei singoli di fare esperienza del dolore.

Dove, come aveva già capito Emmanuel Kant : “C’è un genere di medici, i medici della mente, che ritengono di aver scoperto una nuova malattia ogni volta che escogitano un nome nuovo”.

Sindrome di iperattività infantile” per un bambino un po’ vivace; “Sindrome di ansia generalizzata” per dire che uno si preoccupa; “Ansia sociale” per dire che uno è timido; “Fobia sociale” per dire che uno è riservato; “Libera ansia fluttuante” per chi non sa’ di che cosa si preoccupa; e/o, dulcis in fundo, “Omofobia” stessa, con cui si azzerano i problemi, le altrui esistenze, si attua quella “Persecuzione del pensiero” sbandierata come “Pace” da ipocriti e vittimistici vessilli arcobaleno.

La parola *psicopatologia* , quella che cerca le radici di questo dolore nell’anima, è stata sostituita, stante l’orrido DSM, da quella farmacologica che scambia l’anima con un laboratorio chimico.

In questo riassorbimento nella sola propria funzione, su cui si basa altresì anche questo persecutorio “Ordine degli psicologi italiani”, e per cui le psicoterapie Cognitivo-Comportamentistiche e/o Costruttivistico-Relativiste sono perfettamente funzionali per questa nostra società a sfondo metropolitano, cioè, che ha ridotto la comunicazione dei singoli individui ad afasici, non avendo più nulla da dirsi se non ripetere l’indottrinamento dei massmedia, e che decidono, infine, che è meglio perdersi nel rumore del mondo, ecco che, quando non ci riescono interiorizzando i modelli indicati dal vostro cognitivismo , comportamentismo e costruttivismo ; quando proprio non ci riescono nonostante questo, ad omologarsi, conformarsi, adattarsi, non resta che compiere “coraggiosamente” che l’ultimo passo: stordirsi con qualche farmaco, a portata di mano, a cui avete solo spianato la strada.

A questo avete ridotto la Psicologia !!

 

VOI NON SIETE PIU’ DEGLI PSICOLOGI !!

VOI, ORAMAI, SIETE DIVENTATI SOLO LA SOTTOCATEGORIA DEGLI PSICOLOGI.

VOI SIETE SOLO DEI MISERI SOCIOLOGI !!

Contribuendo, implicitamente e per insipienza, ad abolire quella conoscenza di se di cui solo il discorso psicoanalitico poteva farsi mediatore; quella comunicazione che gli uomini hanno sempre conosciuto come prima forma di cura. OLTRE, RIPETO, AD ESSERE SOLO IN GRADO DI PROIETTARE SUGLI ALTRI LE VOSTRE FISIME IDEOLOGICO-SCIENTISTE E MISERAMENTE RIPARATIVE CHE ALTRO NON SAPETE FARE.

QUINDI METTETEVELO BENE IN TESTA CHE NON VI PERMETTO DI INTERFERIRE IN NESSUN MODO NEL MIO LAVORO !!

Che voi, più che rappresentare di un benché minimo ‘”ORDINE”, nel senso letterale del termine, siete l’emblema, come sosteneva Ludwig Wittgenstein, di una… “psicologia che è quella scienza fatta di metodi sperimentali e CONFUSIONE CONCETTUALE” .

Una bella confusione concettuale perché siete solo l’espressione di quella politica che impone leggi a riconoscimento dei «diritti» dei gay a sposarsi, dei trans a cambiare sesso, e complessivamente il diritto ad ogni mania mentale, vizio o perversione di «potersi esprimere», mandano questo messaggio: responsabilità, nessuna. Sforzo personale, non ne fate ! Macchè evoluzione psichica ! Solo «Diritto alla felicità», o al piacere, senza nessuna educazione, basta la telenovelas “Love is love”, nessuna docilità, nella chiusura a ogni miglioramento di sé, di quel sé narcisistico, superficiale, banale nei desideri e soffocante nelle pretese, di nessuna profondità e nessuna comprensione per il prossimo: un altro sé stesso. (Non avete mai notato come le coppie gay siano tra cloni anche estetici ? )

Nel perdurante mito, per di più, di quel ”Fate l’amore non fate la guerra”, suggerito dalla ideologica convinzione che la violenza negli esseri umani venga da qualche «repressione moralistica», ossia dall’educazione degli impulsi, anzitutto sessuali; e che liberando la sessualità, al contrario, la violenza si placa.

L’altro pilastro ideologico della falsità che l’atto sessuale sia in sé un atto d’amore !!


La stessa parola “VIOLENTARE” ne dice la parentela. Nel sesso è talmente implicita la violenza che quando questa travalica e prende il sopravvento, l’attività che ne consegue perde ogni connotato riferito al sesso per assumere solo quello della violenza stessa…ad ulteriore riprova di come il sesso sia solo un sottoinsieme della stessa.

Il sesso, invece, è quindi qualcosa di problematico, che è pericoloso da maneggiare per gli immaturi e impreparati, l’appressamento a un abisso immisurabile, a cui l’antichità alluse nel mito del Minotauro.

Questi brevi accenni solo per sottolineare come le malattie della psiche sono profondamente legate al sistema di credenze che al momento dominano e voi, invece di insegnare almeno questo ai neo-selvaggi dilaganti, come abbiamo appena accennato nel rapido esempio, li “robotizzate”, da integerrimi seguaci del DSM quali siete, attaccandovi alle sue definizioni come un naufrago a tutto quello che gli capita sotto mano per non affogare nel mare dell’incertezza e della non conoscenza da cui il vostro incontenibile bisogno di costruirvi una *scienze esatte* sul modello delle *scienze naturali* invece di mantenervi al livello di vere *scienze umane* , come sembrerebbe richiedere il suo soggetto, voi non vedete più l’uomo ma la malattia da riparare, a cui rivolgersi con un atteggiamento di fredda neutralità e obiettività distanziante, con gli occhi puntati sui sintomi nella loro costituzione schematica lasciando nella più oscura insignificanza quei nodi di significato che si addensano e si stratificano nei sintomi come, ma voi cosa ne sapete ?, nei sogni.

Questa tendenza da voi suffragata e sempre più diffusa, solo mentendo a sé stessa può dirsi “scientifica” ( concetto solo ideologico come ieri lo era nel marxismo) perché non può considerarsi scientifico un atteggiamento che , per raggiungere i suoi scopi dettati dall’ansia sociale e dalla industria farmaceutica di cui siete complici , falsificate, quando addirittura non IGNORATE il dato dell’esperienza interiore, sulla falsariga di quel mai sufficientemente vituperato DSM, altro monologo paludato di scienza e perciò votato allo spirito di incomprensione della qualità della sofferenza che, come ognuno sa per esperienza diretta, si declina sempre secondo la modalità dell’individuo e non del calcolo statistico e che, pur di difendersi dal contatto profondo con il paziente, sfoggia classificazioni di malattie come il botanico le classificazioni delle piante nella completa noncuranza di chi sta di fronte : quell’Altro, il Tu , proprio perché appello , incontro, evento, *volto* che non posso manipolare; quel Tu che resta sempre l’*alterità infinita* che mi si pone di fronte con le modalità ineludibili e irriducibili dell’incontro.

Ma oggi quell’incontro, che è poi l’unico in grado di cogliere la modulazione esistenziale delle singole esperienze, è sopraffatto da una trionfante, vera e propria *sociolatria* , quell’appiattimento sui fenomeni sociali (15) e quindi, da scienza applicata alle analisi delle esperienze soggettive si uniforma alle scienze radicalmente e spietatamente oggettive.

QUESTO SIETE VOI QUANDO VI RIEMPITE LA BOCCA DI “SCIENTIFICITA’” oltretutto più che inopportunamente, come già spiegato perché!!!

E quindi ritorniamo nuovamente a quella ERMENEUTICA perché la psicologia non può essere scienza della natura perché le scienze naturali sono scienze di leggi dove i singoli fatti hanno valore non per la loro singolarità ma per la loro *RIPETIBILITA’* mentre la psicologia, alla pari di tutte le altre scienze dello spirito, si occupano di singole persone, di singoli fatti, di espressioni isolate e uniche, di particolarità, non solo singolari ma addirittura *IRRIPETIBILI*.

Quell’ estrema mutevolezza, poi, per cui, configurandosi essei come *SEGNI*, si lasciano capire e decifrare solo da categorie ermeneutiche del discorso, poiché non ci sono sintomi lineari e rigidi ma, appunto, segni immersi nella intersoggettività e nella rete delle relazioni sociali.

Quindi, che lo capiate o no, la psicologia è primariamente quel *DIALOGO* PER CUI RESTERETE SEMPRE E COMUNQUE DEBITORI ALLA PSICOANALISI CHE LO HA INVENTATO e che meglio di chiunque altro lo sa decifrare, ma che a voi non appartiene poiché nelle oltre trecento scuole della vostra formazione ignorate essendo una ESPERIENZA e non un apprendimento solo cervellotico !

Quella “ESPERIENZA PSICOANALITICA” , come la nominava Ronald Laing , che non saprete neppure chi è, di “nobiltà intellettuale” che sarà pure in disuso ma che il vostro “proletariato psichico” non potrà mai eguagliare; una esperienza che permea tutta la cultura filosofica e letteraria contemporanea che voi ignorate, rinchiusi tra queste quattro misere mura del vostro “Ordine” affabulatorio e niente più e da cui deriva il vostro incontenibile bisogno di un surrogato di scientificità fittizzia per sentirvi qualcuno.

La vostra è altresì solo quella *sociolatria*, che da il titolo a questo capitolo, con la quale riducete tutto , a cominciare dalla omosessualità, alla sintonia o meno, cioè, con quel neolinguaggio orwelliano, al politicall correct come unica categoria sociale a cui siete solo capaci di fare riferimento nelle vostre misere analisi della realtà.

Termine coniato da Eugenio Borgna, il cui valore non è neppure lontanissimamente paragonabile ai vostri leader, e che magari sarete anche così insipienti da considerare “vecchio”, dimostrando così solo di non saper neppure oramai distinguere le categorie del *commercio* da quelle della *cultura*,che altresì della OMOGENITORIALITA’, che voi scioccamente auspicate, dice le stesse cose che dico io, e per cui voi vorreste altresì permettervi di farmi la paternale, e cioè : “ IL MATRIMONIO NASCE DALL’INTEGRAZIONE DELLE DUE PSICOLOGIE DIVERSE, QUELLA FEMMINILE E QUELLA MASCHILE […], LEGAMI CHE PRESCINDONO DA QUESTA INTEGRAZIONE FEMMINILE/MASCHILE SI MUOVONO SU UN CAMPO DIVERSO DAL MATRIMONIO E DALL’ISTITUTO DELLA FAMIGLIA, SENZA CON QUESTO DISCRIMINARE NESSUNO: SONO REALTA’ PROFONDAMENTE DIFFERENTI […] TANTO PIU’ SE CI SONO FIGLI CHE SENZA OMBRA DI DUBBIO HANNO BISOGNO DI UNA MADRE E DI UN PADRE, DI DUE POLARITA’ BEN PRECISE, ANCHE SESSUALMENTE DEFINITE.” Ci vuole così tanto a capirlo ?


Ma adesso passiamo a rendere ragioni intellettuali delle accuse rivolte a questa “Casta” di “grave confusione concettuale” e di “credenze” ottuse eccetera che , viceversa, sarebbero gratuite, cominciando a approfondire il perché dell’affermazione che la Psicologia è Ermeneutica , per poi passare all’Etica vera e propria e, dopo una approfondita analisi, alle conseguenze del caso su cui rifondare una Psicologia minimamente consapevole del suo ruolo, non pseudo scientifica o relativista, come è ora, ma autenticamente tale, nei ristretti limiti in cui dimostreremo che solo può essere, e che, viceversa, nel vuoto di questo sapere sono solo i pregiudizi a farla da padrone, come attualmente sono quelli propagandati da quest’”Ordine degli psicologi italiani” al quale, stante le attuali circostanze, non mi onoro certamente di appartenere. Anzi…

Anzi, no, prima di passare agli argomenti decisivi facciamo un piccolo riassunto di quanto detto fin qui e completiamolo doverosamente.

Lo chiameremo “Abstract”, che oltre ad essere in linea con l’ “academic article” quale, in fondo, è questo scritto, è decisamente più “chic” che, non dimenticando come la genesi del “politicall correct” sia pur sempre quel “radical chic” degli anni ’70, è quindi, decisamente, più “à la page”.

La malattia del nostro tempo

 

Il secolo XX° si caratterizza, in Letteratura, per l’avvento di un nuovo tipo di protagonista: l'”inetto”
Emblematico di questo nuovo personaggio, che tutt’ora domina incontrastato, è “La coscienza di Zeno”, di Italo Svevo, dove l’inetto protagonista è incapace della benché minima decisione.
Torna alla mente l’auspicio di Nietzsche al “superuomo”, naufragato miseramente, viceversa, in questo “ultimo uomo” impotente.

Ora, se la Letteratura non fosse lo specchio di una società, la cosa lascerebbe indifferenti.
Invece, niente di meglio che la Letteratura per coglier l’essenza dell’epoca, il suo Zeitgeist.
Uno Zeitgeist che da allora non si è modificato di una virgola ma, anzi, si è sviluppato in tutte le sue varianti più estreme.
Potremmo fare un lunghissimo elenco, al di qua e al di la dell’Atlantico, degli autori che hanno raggiunto la fama declinando l’inettitudine nei modi più astrusi e sofisticati.
Ma sarebbe inutile.
Nessuno si discosta da questo “archetipo” di inefficienza.
Anzi.
Lo declamano tutti con enfasi quasi fosse l’unica autentica forma di libertà.

Ma dove porta detta inettitudine ineluttabilmente ?
Alla Noia!

A che altro potrebbe portare l’inettitudine se non a questo ?
E come si esce dalla noia ?
Con l’Eccitazione, suo speculare contrappeso. Ovviamente.

Ecco, quindi, che in pochi e semplici passaggi arriviamo alla “Società eccitata” attuale.
http://books.google.it/books?id=XHuWa0kBYoIC&pg=PT3&hl=it&source=gbs_selected_pages&cad=3#v=onepage&q&f=false

Figlia della “Società dell’immagine”, “La società eccitata” si declina nella ricerca spasmodica dello “scoop”, delle “news” e di tutto ciò in grado di “bucare il video”.
Ultimo esempio Choncita Wurtz, abilissimo travestito assurto a gloria imperitura per essersi presentato con barba e gonna.
“Sotto il vestito, niente” era il titolo di un famoso film degli anni ottanta. Ma tant’è.
Se l’approdo di questa società è quello, beh,…allora onore al merito.

Ma cos’è l’Eccitazione ?
Iniziamo dalla sua etimologia come saggiamente consiglia Heidegger.
Muovere “citare”, fuori “ex”.
E quindi notiamo come già dall’etimologia si possa cogliere immediatamente il collegamento con il concetto di “Immagine”.
In fondo, la società attuale, il suo “pensiero unico”, il “politicall correct”, ruota tutto attorno a questo esclusivo punto.
Inettitudine = antieroe = noia = eccitazione = ….sesso, droga & roch and roll.
“E che altro ti puoi comprare coi miei soldi meglio di quello che tu vendi” chiedeva l’ubriaco all’oste di Spoon Rever ?  https://www.youtube.com/watch?v=AAgiGAJ6YQg
E, in effetti, quale domanda potrebbe essere più sensata di questa ?

Ma del resto per quale scopo una persona si dovrebbe mai “sacrificare” ( “Sacri-ficere” ovvero “fare-Sacra” la propria esistenza) , eroicamente, se “Dio è morto” e con esso qualunque “valore” per cui valga la pena battersi ?

Certo, esistono i suoi surrogati, come il “buonismo” e i suoi annessi e connessi. Patetico tentativo di recuperare facendo rientrare dall’uscio ciò che si è buttato dalla finestra. Surrogato come surrogati sono i Diritti umani del Cristianesimo. Illusioni populiste ottime per carriere politiche e nient’altro. Solo l’inettitudine e il suo contraltare dell’eccitazione la fanno da padroni. Il resto solo specchietti per allodole gonze.

Ma se non ci resta altro che star fuori di noi, nelle apparenze, nell’immagine…che ne è dell’uomo ? Cosa gli resta di propriamente umano se non”una vogliuzza oggi, una domani, basta la salute” ?

Nulla, il vuoto più assoluto !!

Un vuoto, poi, particolarmente funzionale al “Sistema”, che da mattina a sera ti bombarda di “spot” che ti invitano al consumo sfrenato come riempitivo fallimentare alla proprie emozioni di insensatezza. E per questo perennemente avido, appunto, di “news” di qualunque genere. Dell’eccitazione fuggevole degli acquisti. E più soldi hai e più ne puoi comperare di novità.

Inutile essere ipocriti. A cosa servono i richiami all’onesta, all’incorruttibilità se sono e restano valori secondari all’accumulo sfrenato di ricchezze ? Autentico valore imperante perché in grado di procurare l’unica droga imperante : l’eccitazione !!

Credo che a questo punto sia oramai chiaro come, finché non verrà abolito questo primato della”eccitazione” non ci sarà nulla da fare. La radice del problema è tutta interna all’uomo. L’esterno avrà sempre buon gioco finché la stupidità dominerà. E non uso questa parola a caso. Anche qui l’etimologia delle parole ci viene in aiuto : “stupido” deriva da “stupore”. Ed “eccitazione”, “stupore”, “immagine” non son forse sinonimi intercambiabili ?

A questo punto non ci resta che chiederci : ma l’uomo, non ha nessuna risorsa interiore per difendersi ? Sì, ce l’ha, ma la gente lo ignora. Si chiama Desiderio !! Ma finché la gente continuerà ad ignorarne la natura autentica e profonda messa in luce in modo sublime da Lévinas nel suo capolavoro “Totalità e infinito”, non ci sarà storia.

Il Desiderio è qualcosa di troppo sofisticato per essere lasciato nelle mani di quei burini degli psicologi. Il Desiderio è roba da filosofi! Ma è rimasto ancora qualche filosofo autentico ? Non saprei. Ma sta a loro dichiarare che il Desiderio non ha oggetto. Il Desideri…è…soggetto !!

Il Desiderio è sempre e solo “desiderio di essere” e mai, assolutamente mai di solo “avere”. Belle parole ? No. Constatate di persona. E quando un qualunque oggetto vi appagherà definitivamente sappiatemelo dire. Io non ho nessuna fretta. Voi continuate a “replicare” pure all’infinito le vostre illusioni.

Oggi , la rivoluzione, non è più collettiva. Ognuno deve farsi la sua propria, evolvendo. Da soli.

https://www.youtube.com/watch?v=KrkwgTBrW78

 
 
 
PS: “LE TOURNANT THEOLOGIQUE”
 
 “In Lévinas l’altro è subito enfatizzato nell’Altro: il Desiderio è immediatamente maiuscolizzato, enfatico fino all’estremo. In virtù di quale esperienza ? Evidentemente metafisica. Questa circolarità è forse ermeneutica, certamente non fenomenologica. Secondo Janicaud, “Totalità e infinito” è la prima opera che attesta questa svolta teologica della fenomenologia francese.
…………..
Tuttavia, se la qualifica di fenomenologia riferita alla riflessione del secondo Heidegger è qualcosa di estemporaneo e non pertinente, alcuni aspetti del suo pensiero a partire dagli ,anni Trenta, dedicati al sacro e ai commenti a Hòlderlin, hanno indubbiamente influenzato e condizionato il “tournant théologique” francese: senza la Kehre di Heidegger, nessuna svolta teologica”
 
 
 
PS : Detto ancor più chiaramente : ECCITAZIONE & ACCETTAZIONE
 Viviamo in un mondo di dementi che si svenano per proibirti di fumare e poi lasciano che la pornografia dilaghi liberamente.
Detti dementi cosiddetti “salutisti” devono averci le scimmie urlatrici nel cervello per… non accorgersi altro che della salute fisica e per nulla di quella psichica.

I termini della “partita” esistenziale sono praticamente due : eccitazione e il suo opposto, accettazione.
Cosa intendo per “accettazione” ?
L’”altro”, sostanzialmente.
L’”altro” è tutto fuorchè eccitante, anzi, presuppone una attenzione ed una “cura” che nulla hanno a chè fare con alcunchè di eccitante.
Non si è mai visto nessuno preso dalla “fregola” della carità. Nessuno. La “carità” non è eccitante. E’ un “piacere puro” per chi sa’ coglierlo. Ma il plebeo è distante anni luce da forme così sofisticate di piacere.
Il burino contemporaneo deve sentirsi “eccitato” per sentirsi vivo.
Scambia la vita con l’eccitazione. Riduce la vita ad eccitazione.
Figlio della “libidine illimitata” di origine sessantottina non può quindi che essere un cultore di tutto ciò atto ad eccitare.
Droga per i più coerenti. Pornografia per i più vigliacchetti, quelli ne carne ne pesce fino in fondo, quelli che vogliono stare con un piede in due staffe perchè cronicamente “mezze seghe” eterne.

Questo, in sintesi, spiega l’attuale situazione della cosiddetta “crisi dei matrimoni”.
basando il matrimonio, oggi, pressochè esclusivamente sull’eccitazione, ovvio che abbia vita breve.
Il nuovo è eccitante, non il ripetitivo.
Ma se come unico “valore” si ha l’eccitazione, come per unico valore si ha l’eccitazione, oggigiorno, come può reggersi ?
Il matrimonio è una SCUOLA DI ACCETTAZIONE dell’altro e non di perenne e libidinosissma eccitazione.

Insomma, diciamo la verità, il sessantotto ha avuto due risultati : l’Idealismo e la droga.
Io che idealista non sono mai stato ma drogato si, vi dico la verità.
Se dovessi accettare il primato dell’eccitazione non lo farei da vigliacco come i più.
Mi tornerei a drogare.
Le mezze seghe mi hanno sempre fatto ridere !!!

http://www.youtube.com/watch?v=gBLeVcP_JQg

Il mio nuovo MyBlog

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Ripostiglio personale

Non è ancora tardi
Debolmente attaccato ad un filo di luce, che si faceva largo tra le tapparelle socchiuse, mi trovai a cavalcare il pulviscolo illuminato dal raggio, verso un posto che si chiama “non è ancora tardi”. Attraversai tutto lo spazio della stanza, fino al muro, attraversai anche quello e fui fuori. C’erano pini ovunque e felci sotto gli alberi, c’era un sentiero, ma io non lo toccai, a cavallo del mio raggio di luce.
Arrivai ai piedi di un colle, il raggio di luce mi portò su, passando attraverso i tronchi degli alberi, attraverso il corpo degli uccelli, attraverso l’aria del bosco.
Altri raggi di luce filtravano da fuori del bosco, e si univano al mio raggio, verso i piedi del colle. Salimmo sul colle, seguendo dall’alto il sentiero erboso, fino alla cima della collina, dove non c’erano più pini e nemmeno felci. C’era una casa rossa. Le porte erano aperte, il mio raggio entrò, fermando tutti gli altri raggi. La casa sembrava vuota, ma piena di profumi di ogni tipo, profumi di posti lontani, molto lontani. In una stanza c’era una scrivania, con degli occhiali sopra e una penna affianco. Nella stanza vicino un orso giaceva immobile sul letto, con gli occhi chiusi e il respiro appena percettibile, dal comodino sporgeva un quaderno con una sveglia appoggiata sopra. Il raggio di luce mi portò sopra il comodino e vidi che il quaderno era aperto su una pagina appena iniziata, c’era scritto soltanto:

“non è ancora tardi”.

L’orso si svegliò, mi guardò e sorrise, il raggio di luce mi sfuggì tra le gambe e caddi sul pavimento. L’orso caricò la sveglia, mi indicò un’ora da venire e tornò a dormire. Andai nella cucina della casa e guardai nella credenza, vi trovai del vino rosso, ne versai due bicchieri, mi sedetti e mi misi a guardare, attraverso la finestra, tutti i raggi di luce che erano rimasti fuori. Dopo un po’ la sveglia suonò, e la casa fu invasa dalla luce, una luce stupenda, che mai avevo visto in un interno. L’orso si alzò e prese il quaderno. Entrò in cucina e mi vide seduto poi mise il quaderno sul tavolo. Io lo fissavo intimorito, ma la luce della stanza mi dava troppa forza per restare inerte, presi il quaderno e scrissi una parola:

“zkr”.

L’orso, sorridendo, si sedette di fronte a me, prese il bicchiere di vino con una zampa e con l’altra scrisse sul quaderno un’altra parola, affianco alla mia:

“ricordo”.

Ci guardammo negli occhi, sorridendoci a vicenda, e bevemmo tutto d’un fiato il vino.

p.s. in ebraico zkr significa sia maschio che memoria o ricordo.

Girard & Ermeneutica

A favore di “una lettura quasi ermeneutica” parto dalla considerazione che nelle
ultime pagine de La violenza e il sacro Girard dichiara esplicitamente che la sua tesi
risponde a tutte le esigenze di “un’ipotesi scientifica”, che essa si pone cioè su un piano eminentemente positivo che è in grado di unificare tutti i fatti etnologici. Ritiene che la sua ‘lettura’ del sacrificio non abbia il carattere di una interpretazione ermeneutica “perchè si ha interpretazione ermeneutica finché la domanda resta senza risposta”165. Ma, nonostante questa sua opposizione al metodo ermeneutico, la sua interpretazione dei fenomeni religiosi “è suggerita da precise pre-comprensioni di ordine sociologico e non può perciò esibirsi fuori da un contesto ermeneutico”166. Se usiamo il termine ermeneutica in accezione non storica ma eminentemente categoriale per designare qualsiasi posizione filosofica sulla realtà sociale che assuma a categoria fondamentale dell’azione quella di senso, vediamo Girard inserirvisi suo malgrado. In realtà le assunzioni gnoseologiche che caratterizzano ermeneutica e positivismo sono profondamente differenti e costituiscono due diversi modi di concepire l’uomo e la società: qui la scelta cade a favore dell’ermeneutica, che sembra conferisca più senso al mondo sociale. A sostegno della tesi di un Girard visto in contesto ermeneutico cito solo il fatto che la questione del ‘senso’ in realtà interessa profondamente lo studioso francese, che vede in esso un aspetto essenziale ed ineludibile per l’uomo e che critica aspramente il momento attuale del non-senso: “non si vuole più privare gli uomini della sessualità ma di qualcosa di cui hanno ancora più bisogno, il senso. L’uomo non vive solo di pane e di sessualità. Il pensiero attuale è la catastrofe suprema, perché è la castrazione del significato. Tutti sono lì a sorvegliare il vicino per sorprenderlo in flagrante delitto di credere in qualsiasi cosa”167. Inoltre, e la torsione sociologica del pensiero di Girard è evidente, nel suo pensiero acquistano grande importanza le nozioni soggettive, implicate dall’ ‘azione’, di scelta, responsabilità, senso, convenzione, evidenza, possibilità, fine, regola, intenzione, motivi, valori, norme, tutte fondamentali anche nella prospettiva ermeneutica.

 

 

http://facereetdocere.blogspot.it/2013/06/la-verita-nel-testo-lermeneutica.html

Link

http://megachip.globalist.it/Detail_News_Display?ID=85854&typeb=0

Chiara : Su Zizek può darsi che abbia ragione, non lo so… Ma su Derrida non può proprio affermare che sia un dilettante. La Grammatologia è forse il testo più importante di Derrida. E anche il più comprensibile, tra l’altro…

 

http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.focusing.org/apm_papers/madison2.html&prev=/search%3Fq%3Dgadamer%2Bderrida%26hl%3Dit%26rlz%3D1T4ADFA_itIT460IT461

Sull’Ermeneutica

“Ermeneutica” deriva dal greco hermèneia= interpretazione e indica un metodo di
esegèsi critica che si sforza di trovare, all’ interno delle produzioni culturali, viste
come “insieme di segni e di simboli, il senso profondo delle cose , operando una
“decifrazione” (metodo distinto dalla “decostruzione” di un Derrida), che consente
all’ esegèta di svelare i fini umanistici, cioè : il contenuto di verità obiettiva insito
nelle manifestazioni culturali.
Ora, essendo la verità obiettiva l’ oggetto della filosofia,Gadamer, il suo esponente
di spicco, affermava, nella sua più importante opera (scritta intorno al 1960) “Verità e
Metodo”, che “comprendere i sensi della cultura moderna è il compito proprio della filosofia”
.
Il metodo della decifrazione era, perciò, applicabile a tutte le scienze, in
quanto si occupava di cavare fuori dai segni e dalle produzioni simboliche di un campo
d’attività, l’essenza ,la sostanza che era costituita dai fini umani,dal senso, insito in
quello specifico linguaggio (artistico,storico,letterario,etc.) che consentiva,alla fine, d’
impadronirsi delle condizioni che conducevano alla possibilita della “verità oggettiva”, del
contenuto. A differenza di Kant e del suo giudizio estetico, per esempio nel campo
artistico, per cui di un’ opea d’arte si poteva cogliere la pura forma, oggetto del giudizio
soggettivo, in Gadamer , al contrario, era possibile possedere il contenuto pregno dell’
esperienza di vita.
Così, nel campo storico, il senso veniva colto scoprendo nel risultato culturale
la connessione con la tradizione, la sua trasmissione temporale degli eventi, che
,invece, il relativismo storico, smarriva dispiegando gli eventi lungo una dimensione
unicamente spaziale. E ancora: nel campo linguistico, il metodo decifratorio dell’
ermeneutica, ha il compito di sottrarre il linguaggio all’ uso tecnicistico e di ristabilire la
comprensione intersoggettiva e una vera comunicazine umana.

Il metodo ermeneutico secondo P. Ricoeur

Il metodo ermeneutico influenzò P.Ricoeur proveniente dall’ esistenzialismo cristiano                                di Gabriel Marcel, negli anni ’30, muovendosi a metà strada tra il pensiero razionale
scientifico (Husserl,K.Jaspers) e la speculazione religiosa (il pensiero
irrazionale). Sin dall’ opera “Finitude et culpabilitè“,Ricoeur indaga,
attravero il tema del Male, l’ universo simbolico esterno fino
alla profondità dell’ inconscio individuale, ravvisando nel simbolismo delle
grandi religioni il loro sforzo di esprimere il problema del male. In questo
modo, come ha scritto un suo commentatore, Ricoeur, si adoperò “per congiungere
l’ ermeneutica alla psicanalisi”. Per lui, dunque, la realtà umana è costituita
da segni la cui decifrazione è interminabile (vedi: ” Il conflitto delle
interpretazioni. Saggio d’ ermeneutica”-1969-).

Dopo il suo trasferimento negli USA, Ricoeur si convince che i problemi del
simbolismo hanno a che fare con le scienze linguistiche, entrando in relazione
con la filosofia analitica americana (Austin). Pubblica allora ” La Metafora
viva” (1975) dove ravvisa,sotto la visuale della creazione di senso, tale figura
retorica come un arricchimento del testo letterario; e,
successivamente, negli anni 1983-1985, tre volumi dal titolo “Temps et Rècit”,in
cui aggiunge all’analisi linguistica del testo anche la conoscenza storica e il
suo apporto di verità che vi si trova. Lo storico,cioè, nel trattare la
narrazione e gli intrighi, utilizza ,per far rivivere il passato , il nostro
tempo presente. ” Il passato ci appartiene nella misura in cui la nostra azione
presente s’inscrive nella continuità di una memoria. Onde
l’ identità non è un dato, ma una costruzione infinita di cui il tempo è il solo
medium possibile”. Non così la pensano gli strutturalisti, per i quali il senso
del mondo e della vita non può andare mai al di là dei segni che la esprimono:
per essi, il significato “è un semplice effetto dei
segni,del significante,il quale ultimo è portato all’ esterno, alla superficie
dalle strutture linguistiche incoscienti o sociali, invisibili”.Il soggetto vero
per gli strutturalisti sono le strutture invisibili, ma esso viene captato a
partire dai significanti, dai segni, che sono i soggetti apparenti.
Da qui discende che ,per essi, gli strutturalisti, il “fine in sè”, presente
nella realtà prima che nella possibilità,, è inconoscibile, onde le strutture
sono soggetto,sì, ma del quale non si conoscono i “fini in sè”, come presso gli
esistenzialisti , per i quali l’Essere si “rivela”,non si conosce. In ciò, si
osserva una differenza nei fondamenti della concezione filosofica negli
ermeneutici e negli strutturalisti! Per i primi, la verità è captabile oltre i
significanti, i segni, onde essa si situa fuori dal mondo empirico, cioè:
nell’idea,nella mente,nel Logos; per i secondi, invece, il mondo esterno ha una
sua esistenza immediata ed indipendente : il mondo come maschera sociale di
rapporti di produzione e forze produttive di cui sono
costituite le strutture invisibili ( qui ci riferiamo allo strutturalismo in
veste althusseriana,e non a quello di Levy-Strauss), le quali vengono captate
attraverso un Sapere formale scientifico (come in Kant),ma non nell’ intima
essenza, che è presente nel reale inteso come presupposto immediato il cui
divenire sta nel “concetto formale” (la scienza),
anzichè nella “ratio essendi”, la sostanza. Mentre lo stesso divenire del reale
,della sostanza, si presenta alle masse sotto forma di miti,credenze, mediante
cui esse manifestano l’ ‘essenza’ delle strutture in sè,inconoscibili per vie
razionali, ma solo nelle modalità di un’ esistenza teorica ideologizzante e
mitica. Si ha allora che il congiungimento fra
teoria e prassi avviene per “volontà” delle strutture misteriose.
Nel paradigma ermeneutico, invece, l’ identità si realizza nella costruzione
infinita tra Passato e Presente, nel rapporto tra sostanza e modo della
narrazione storica, anche se per vie razionali-speculative, ma a partire sempre
dall’ ontologia linguistica in funzione individuale, ossia: da un piano del
reale idealistico. Non a partire dalla prassi economica, come nel marxismo.
E neppure a partire dalla “totalità delle cose”, ma dalla coscienza individuale,
dalla volontà di dare un senso alle cose, da parte del soggetto singolo.Quindi,
non da un ente storicamente necessario ed obiettivato, ma da un essere
metafisico!
Infatti, l’ ultimo libro di Ricoeur (“Sè stesso come un altro” 1990), mostra
come l’analisi semantica e pragmatica della nozione di soggetto (il significato)
si ricongiunge all’ ontologia della persona per mettersi al servizio di un’
etica per soddisfare un’ esigenza pratica della filosofia senza perciò
rinunciare alla sua propria fede ai sistemi teologici e alle ideologie
politiche. Il ricongiungimento teoria-prassi si effettua come
pedagogia politica per il raggiungimento di fini pratici al servizio dell’ uomo.
La ricerca del senso,qui, è data da una costruzione infinita dell’ “Astratto
generalizzato” (inteso come Idea,piuttosto che come concetto), storicamente
metafisico, nel concreto (il Presente) dalla cui congiunzione scaturirebbe l’
identità di teoria e prassi, di forma e contenuto, di significante e
significato,donde affiora che la comprensione dei sensi resta il compito supremo
della filosofia…ridotta a…pura assiologia!

Gadamer & Vattimo : Differenze

Tracciare la mappa dell’«ermeneutica», nella sua evoluzione storica,
significa ridisegnarne continuamente i confini. Poche parole come questa
hanno visto allargare così tanto il proprio raggio d’azione. Se
originariamente indicava l’antica dottrina dell’interpretazione dei testi,
il termine «ermeneutica» ha assunto nel secolo scorso un significato
filosofico, come movimento di pensiero il cui filone maestro parte da
Heidegger e trova una sistemazione nella riflessione di Gadamer, finché, a
partire dagli anni Ottanta, è divenuto sinonimo di «filosofia continentale»
in opposizione alla filosofia di matrice anglosassone. In questa ultima
evoluzione semantica, l’ermeneutica è divenuta un contenitore molto
ospitale, una sorta di etichetta culturale sotto il cui cappello si sono
riconosciute diverse prospettive teoriche, il più delle volte molto distanti
tra loro. In tale dispersione di senso, la specificità della proposta di
Gadamer, cui si deve l’articolazione originaria dell’«ermeneutica
filosofica» propriamente detta, è forse quella che ne ha più risentito.

Letto troppo spesso a partire da Heidegger, o con le lenti deformate dai
dibattiti che gli sono seguiti, il pensiero di Gadamer si è trovato all’incrocio
di molte vie del pensiero contemporaneo e solo negli ultimi anni il suo
percorso è stato approfondito nelle peculiarità che lo contraddistinguono e
che ne marcano i confini rispetto ad altri, con cui pure è entrato in
dialogo.

Per orientarsi, una attenta ricostruzione del suo apporto filosofico è
offerta da Donatella Di Cesare nel ritratto titolato semplicemente Gadamer
(Il Mulino, pp. 319, euro 19,50). Con la consueta chiarezza espositiva e con
la limpidezza di linguaggio che distingue anche i suoi precedenti saggi, l’autrice,
che del filosofo di Marburgo è stata una degli allievi di ultima
generazione, ne ripercorre il cammino di pensiero in tutte le sue tappe.

Il volume ha il pregio di sfatare alcuni miti che ancora aleggiano sulla
ricezione di Gadamer, come la sua presunta identificazione di essere e
linguaggio, che pure il filosofo rifiutò esplicitamente, e la lettura del
suo pensiero nei termini di una «filosofia dell’interpretazione», tema
nietzschiano (che tanto influsso ha avuto sull’ermeneutica italiana) ma per
nulla gadameriano. Anziché l’interpretazione, è la comprensione il perno
attorno cui si sviluppa il suo percorso filosofico.

Comprendere, come sottolinea Di Cesare, non è interpretare né sapere, perché
si delinea piuttosto come una esperienza. Esperienza di verità che accomuna
l’uomo e che si declina nell’arte, nella storia e nel linguaggio. Esperienza
che Gadamer intende rivalutare, contro la riduzione della verità e del suo
senso operata dal metodo scientifico, attraverso l’opera cardine, Verità e
metodo, pubblicata nel 1960. Per il suo autore, nella comprensione è da
vedersi l’articolazione stessa dell’esistenza e il carattere finito,
limitato, di ogni esperienza umana.

Quella di Gadamer può perciò essere chiamata a buon diritto una «filosofia
della finitezza», ma basata su una concezione positiva del limite, sempre
letto come l’oltre dell’altro. In questa prospettiva, ulteriormente
elaborata negli anni successivi a Verità e metodo, nulla può essere
definitivo: la ricerca filosofica è sempre aperta, non può mai fissarsi,
trovare sistemazione, tanto meno nei limiti di un testo scritto, rinviando
perciò al dialogo orale e alla vita vissuta. Si rivela qui l’ispirazione
socratica dell’ermeneutica filosofica. Articolata nel movimento di domanda e
risposta, e perciò costitutivamente aperta al confronto con l’altro, la
dialettica di Socrate, così come la troviamo raccontata nelle opere di
Platone, è da Gadamer assunta a modello di riferimento.

Si spiega così il suo interesse per la filosofia greca. La sua lettura della
dialettica antica e il ruolo decisivo che essa ha rivestito per l’ermeneutica
– messi in luce solo di recente e a cui giustamente questo volume dedica
ampio spazio – sono la vera e propria chiave interpretativa con cui
Donatella Di Cesare legge il pensiero gadameriano. Se si guarda a tutto lo
sviluppo della sua riflessione, sostiene l’autrice, si può dire che l’opera
principale di Gadamer, anziché Verità e metodo, sia il libro su Platone che
non ha mai scritto. Non il Platone «metafisico», che mira alla «più assoluta
verità» (come leggiamo nel Sofista), né il Platone fondatore di una teoria
dei principi, ma il Platone maestro del dialogo, dietro cui si nasconde
Socrate e rimane vivo il suo insegnamento. Leggendo i dialoghi platonici, il
filosofo di Marburgo vuole infatti mostrare come la dialettica sia
essenzialmente una esperienza, piuttosto che un metodo. Una esperienza che
vive della partecipazione dell’altro, come il personaggio di Socrate, messo
in scena nei dialoghi, sta appunto a testimoniare.

Ma il libro di Donatella Di Cesare non si limita a una ricostruzione del
pensiero di Gadamer, sottraendolo al bagliore riflesso di Heidegger per
restituirgli luce propria e sottolineandone piuttosto i rapporti col
pensiero greco. Vi si legge anche la proposta, già delineata nei precedenti
saggi dell’autrice, di un’ermeneutica della finitezza che intende
distinguersi dal pensiero debole come da ogni deriva nichilista o
relativista. Infatti, dietro la contrapposizione tra assolutismo della
verità e relativismo, oggi tanto dibattuta, si nasconde una più profonda
complicità.

La metafisica, con la sua verità assoluta, e il nichilismo sono da vedersi
come le due facce della medesima medaglia: condividono la stessa logica di
fondo, cioè quella di un fondamento incrollabile, che l’ermeneutica intende
invece lasciarsi alle spalle.

Sottrarsi a questa logica significa rifiutare una concezione della verità
che intende irretire l’esperienza umana in un senso ultimo e conclusivo.
Senza per questo abdicare alla verità, o negarla nichilisticamente, ma
declinandola come dialogo, ovvero: esperienza dell’altro, evento del
comprendere.

Enrico Redaelli (il manifesto, 15.03.2007)